Se immaginate, per effetto del titolo, che voglia parlare di Fedez e di Francesca Michielin, vi sbagliate. Voglio parlare di una ventiduenne di Pistoia e di un quarantanovenne di Busto Arsizio ai quali i media, e di conseguenza l’opinione pubblica, stanno riservando un trattamento decisamente diverso
Tutti ormai sappiamo come si chiamava la giovane donna che due giorni fa ha perso la vita in un’azienda tessile di Montemurlo, alle porte di Prato. Conosciamo la sua età – 22 anni – e sappiamo che suo figlio è nato quando lei ne aveva 17. Sappiamo che prima di trovare il lavoro che svolgeva – in un’azienda che paradossalmente aveva nella ragione sociale lo stesso suo nome – aveva provato a intraprendere la carriera artistica e aveva anche svolto il ruolo di comparsa in un film. Frattanto sappiamo anche che lo strumento che l’ha strappata alla vita si chiama orditoio.
Quante cose sappiamo!
Viene da chiedersi quanti di noi, prima di due giorni fa, conoscessero il distretto industriale di Montemurlo (chi scrive lo conosce bene, non soltanto perché fiorentino, ma perché ha frequentato per anni quell’area per ragioni professionali sebbene non connesse all’industria tessile) e la sua specifica vocazione produttiva. Quanti sapessero che esiste un macchinario che si chiama orditoio. Quanti redattori di giornali si fossero preoccupati di reperire immagini di questo macchinario per corredare articoli.
Lo ha scritto questa mattina anche Gad Lerner in un post su Instagram e non posso che concordare: saremmo stati tutti così sensibili a questo incidente se la vittima non fosse stata una ventiduenne di bell’aspetto le cui foto in questi ultimi giorni hanno inondato i media e il cui nome è divenuto un trending topic in grado di contendere popolarità a Fedez, Inter e Mourinho?
Spiace parlare di un argomento del genere in termini così brutali. Ha accennato a questo sostanziale pudore dell’eventuale tono feroce proprio anche Lerner e di nuovo non posso che sottoscrivere.
È certamente autentica l’indignazione collettiva per il fatto che una ventiduenne perda la vita sul posto di lavoro e l’evento, nel 2021, ci costringa a un registro narrativo che sembra estratto pari pari dalle pagine di un romanzo di Victor Hugo. È di nuovo certamente autentica la commozione collettiva a cui inevitabilmente induce la tragica vicenda di quella giovane donna e il futuro che adesso è riservato a suo figlio e alla sua famiglia.
Ho intenzionalmente omesso di chiamare per nome quella giovane donna toscana che ha perso la vita sul lavoro lo scorso 3 maggio. Se adesso uscissi di casa e chiedessi a cento persone due cose: quale squadra ha vinto lo scudetto e come si chiamava la giovane dipendente dell’azienda tessile che ha perso la vita sul lavoro qualche giorno fa, credo che la statistica mi confermerebbe che si tratta di due informazioni note alla maggior parte delle persone intervistate, pur senza pretendere che quel campione sia rappresentativo di niente.
Tutto questo perché di quella squadra e di quella giovane donna si parla appunto da giorni. Ancora oggi alcuni dei maggiori quotidiani italiani dedicano ampi articoli. In quello che comunemente si considera il più diffuso e più celebrato dei quotidiani italiani oggi appare anche un ampio articolo a firma di una nota scrittrice italiana. Che dice peraltro cose condivisibilissime, beninteso! Come condivisibili e autentiche – lo premettevo energicamente prima – sono l’indignazione e la commozione prodotte dall’ennesimo incidente mortale su lavoro. Già, l’ennesimo. Perché lo stesso quotidiano che pubblica l’intervento della nota autrice, nell’edizione on line riporta che oggi, 5 maggio, un operaio di 49 anni è rimasto vittima di un incidente in un’officina a Busto Arsizio. Soccorso immediatamente, l’uomo è tuttavia morto in ospedale.
Ancora la statistica ci informa che dall’inizio dell’anno ci sono più di due morti al giorno in Italia sul lavoro. Proprio a Montemurlo un incidente analogo a quello di cui si sta parlando da un paio di giorni, a febbraio aveva ucciso un uomo di ventitré anni. Della maggior parte di questi incidenti si accenna appena in quello che, con il gergo giornalistico di un tempo – certamente ormai poco adatto alle edizioni on line – si definiva un trafiletto in taglio basso nelle pagine interne. Dell’operaio quarantanovenne di Busto Arsizio trasferito all’ospedale di Legnano infatti l’articolo non riporta il nome e non ci informa sui suoi dati antropometrici. E neppure se lui avesse un profilo Instagram e magari avesse postato una foto che lo ritraeva dopo un concerto con la sua cantante preferita.
Niente.
È solo un operaio quarantanovenne morto sul posto di lavoro oggi, 5 maggio 2021, a seguito di un incidente occorso intorno alle 8.30. Nient’altro. Non possiamo proprio chiamarlo per nome.


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