Avete già segnato sul calendario del vostro smartphone data e orario della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Kyiv? Sorpresi..? Non vi risultava che fosse programmata una edizione dei Giochi nella capitale dell’Ucraina, vero..? E invece non è così, anche se non proprio di Olimpiadi si tratta. Mi spiego meglio. Mi è capitato di leggere giorni fa una posizione, espressa su social, nella quale si stabiliva la condizione per prolungare l’aiuto all’Ucraina. La condizione in questione era che fossero fissati tempi e obiettivi per la soluzione della guerra. In assenza di quegli elementi – recitava il ragionamento esposto – decadrebbero i presupposti per l’ulteriore sostegno. Per un attimo ho proprio avuto l’impressione che si parlasse di un grande avvenimento sportivo, come appunto le Olimpiadi, per il quale si fissano date e perfino orari ovviamente anche con molti anni di anticipo. Invece si parlava dell’evoluzione di quell’aggressione dell’Ucraina perpetrata dalla Federazione russa: quell’aggressione iniziata con il tanto reboante quanto fallimentare blitz dei corpi scelti di Vladimir Putin nella notte tra il 23 e il 24 febbraio del 2022, spacciata per operazione militare speciale che doveva concludersi in tre giorni con esultanza e lanci di fiori da parte degli ucraini ai tank liberatori con la zeta ben in vista e che invece langue trascinata nel sangue grondante di un numero imprecisato di morti che, nelle ipotesi più realistiche, per la Russia moltiplica per sette le vittime dell’invasione dell’Afghanistan e per l’Ucraina ha significato e significa lutti militari e civili di non minore entità – per non parlare delle variazioni sul tema di Irpin e di Bucha – milioni di profughi, una popolazione stremata con una classe dirigente a cui si rimprovera pure di non essere democratica perché non indice elezioni con il 20% del proprio territorio occupato e devastato e la legge marziale in vigore da quattro anni e mezzo. Ebbene, nella situazione sinteticamente appena descritta, all’Ucraina si chiede di fissare date e obiettivi precisi, pena la sospensione del sostegno. Oggi, c’è qualcuno, insomma, che, nei confronti di chi da quattro anni e mezzo si becca in testa ogni notte le bombe dell’aggressore Putin, ha deciso di imporre un rigore che neppure negli appalti degli aeroporti giapponesi… Tutto questo, figurarsi, in un paese – il nostro – in cui, per dirne una, i tempi di previsione della costruzione delle stazioni dell’alta velocità e i tempi di realizzazione delle medesime spaziano tra un’era geologica e un’altra. Abbiamo fatto partire i cantieri di alcune stazioni dell’alta velocità nel Devoniano e ancora non si vede neppure una pensilina, ma intanto a Zelenskyi vogliamo chiedere di darci appuntamento a quell’ora precisa di quel giorno preciso per comunicarci che la guerra è finita.
Tra le prerogative del sistema liberal-democratico che per questa nazione altri prima di noi hanno scelto e che, quantomeno chi scrive, si tiene ben stretto e prova a difendere strenuamente ogni giorno, c’è insindacabilmente quella di poter esprimere l’opinione che si vuole. A mio avviso si deve essere pertanto liberi di sostenere l’Ucraina denunciando – fino da quella notte del 24 febbraio del 2022 – la barbara aggressione militare operata dalla Federazione russa, e si deve essere ugualmente liberi di parteggiare apertamente per chi di quell’aggressione si è reso autore. In entrambi i casi, poi, ci si assumerà la responsabilità di quello che si sostiene. Non esistono però terze vie. Chi dal febbraio del 2022 ha suggerito ripetutamente agli ucraini di rinunciare alla lotta per la sopravvivenza della loro nazione e di rinunciare alla lotta per l’autonomia di quella nazione da Mosca, è stato fiancheggiatore dell’aggressore. Chi oggi pianta paletti per condizionare il sostegno all’Ucraina, è ugualmente fiancheggiatore del criminale Putin. Lo possono mascherare da realismo strategico, ma è soltanto opportunismo cinico. La guerra in Ucraina non è un match di Nations League in cui si può tifare, senza alcuna implicazione morale, per una squadra o per un’altra. Qui, stare da una parte o dall’altra ha il suo significato ben preciso. Perché da quattro anni e mezzo c’è un aggressore e un aggredito. E, come è stato già detto ripetutamente, senza l’aggressione della Russia di Putin non ci sarebbe la guerra, ma senza il sostegno dell’occidente (interpretatelo voi nel modo che vorrete) non ci sarebbe più l’Ucraina: quantomeno una nazione sovrana. La distinzione tra aggressore e aggredito è cristallina, a meno che non si approvi che una nazione ne possa aggredire un’altra militarmente per condizionarne coercitivamente gestione e scelte neutralizzandone quindi la sovranità.
Si può pertanto giocare quanto si vuole sulle sfumature e baloccarsi intelettualisticamente sulla definizione di tempistiche e modalità, ma nei fatti si può abbracciare soltanto una di queste due posizioni. Perché non ce n’è una terza. In questa specifica situazione, chi transige sta con Putin. Non lo sarebbe nella Russia di Putin, ma in un certo occidente è liberissimo di farlo e di esprimerlo perfino a gran voce. Magari mentre in rete si affanna a cercare i biglietti per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Kyiv.

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