C’era una volta il gomito del tennista. Ma si sa che i tempi cambiano e, a quanto pare, le articolazioni non vogliono essere da meno. Da mesi, infatti, è proprio il ginocchio del tennista a tenere banco. Il tennista in questione, però, non è una figura generica, ma il tennista par excellence dei nostri giorni: Jannik Sinner. Superfluo sottolineare che quel ginocchio ha rappresentato il cruccio di molti appassionati di tennis, ma soprattutto di noi sinneriani della prima ora che siamo costretti a veder sfilare la parte conclusiva del calendario della stagione agonistica senza che il nostro idolo calchi i terreni di gioco. Ad aggravare il carico delle ripetute assenze di Jannik Sinner dai tornei dell’estate e dell’atunno del 2026 (l’ultima apparizione del nostro, si ricorderà, risale al torneo di Wimbledon in cui Giannettino da Sesto Pusteria ha conquistato il suo secondo titolo consecutivo), non è tanto lo spauracchio del possibile sorpasso al vertice del ranking da parte di Alexander Zverev (anche se ai sinneriani di comprovata fede come il sottoscritto non andò giù facilmente il sorpasso di Carletto Alcaraz di un anno fa e non sarà quindi digeribile neppure quello del russo-tedesco), ma piuttosto qualche difetto di comunicazione che lo staff di Jannik ha adottato in questi mesi. Anziché imitare le modalità di annuncio dei ritardi di Trenord (che di solito per progressione numerica risultano comparabili soltanto alla sequenza di Fibonacci) e finire per annunciare i forfait a singhiozzo soltanto alla vigilia dei singoli tornei, meglio sarebbe stato preparare i sostenitori/tifosi all’idea di una lunga sospensione dell’attività. Come del resto è accaduto adesso quando Jannik Sinner ha ufficialmente comunicato che la sua stagione è conclusa e, non solo dall’elenco de gli impegni è stato depennato il torneo di Shanghai, ma lo saranno pure le Atp Finals. Il Six Kings Slam di Riad frattanto è stato cancellato per ben altri motivi.
Ma a questo punto il sinneriano di comprovata fede paventa che dietro al carosello del sì, gioco/no, invece, forse non gioco/no, anzi, non gioco per niente che ha caratterizzato questi ultimi mesi, il ginocchio di Jannik Sinner abbia, sì, il suo ruolo, ma più ancora lo abbia qualche atteggiamento che una fetta di opinione pubblica ha assunto nei confronti del nostro. È poco italiano, anzi: praticamente non lo è; è meno empatico di uno stambecco di Klagenfurt e poi che se ne farà di tutti quei soldi che ha guadagnato; in più non paga le tasse in Italia e se ne sta a Montecarlo. Sono tutte considerazioni pronunciate, in modo neppure tanto sussurrato, anche da illustri personaggi in questi pochi anni in cui Jannik Sinner ha costruito la sua fama di campione e il suo legittimo patrimonio.
Tutta l’argomentazione fin qui è stata semiseria, ma, vi avviso, nel finale il grottesco e il surreale sono pericolosamente in agguato.
Immaginiamo che il ginocchio sia una scusa. Abbiamo aperto dicendo che tradizionalmente a soffrire, nei tennisti, è il gomito, e qui invece ci dobbiamo preoccupare di un ginocchio..? È una scusa così farlocca che non può essere vera. È come se dicessi: vado a scalare l’Everest con uno sherpa che fino a un mese fa faceva il pescatore di tonni a Mazara. Evidentemente è un messaggio cifrato di Jannik Sinner a tutto il suo pubblico (sia quello che lo applaude e lo venera che quello che gli rimprovera più o meno tutto).
Il messaggio è semplice. Non vi va bene quello che guadagno e non vi va mai bene quello che faccio. Allora mi invento il ginocchio del tennista e un po’ per volta la pianto lì con il tennis. Ho guadagnato abbastanza (anzi, troppo: mi dite continuamente) e, con la vita sobria che faccio, anche senza continuare a giocare, nei prossimi anni potrò sfamare agevolmente tre figli e anche quattro cani. Quanto a voi: trovatevi un tennista di San Pietro in Casale o di Cisterna di Latina che saranno certamente più italiani e più empatici di uno stambecco di Klagenfurt.
Al posto suo probabilmente avrei fatto davvero così.
Speriamo che non lo pensi davvero anche Jannik.

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